La crisi, i deboli, le istituzioni, la società Giacomo Panizza, Comunità Progetto sud, Lamezia Terme. Con Giacomo Panizza ci siamo interrogati su come la crisi attuale stia impattando sui servizi e sulle persone più in difficoltà. Non c’è solo un problema di riduzione o razionamento ma, ben più grave, sembra cambiata la prospettiva con cui si guardano i bisogni delle persone. Una riflessione sulla politica, le istituzioni, la società, il mondo dei servizi, il terzo settore (a cura di Fabio Ragaini). In Appunti sulle politiche sociali, n. 5/2012 (199). Come sta impattando, dal tuo punto di vista, la crisi sui servizi? E non solo in termini di riduzione o razionamento. Tu poi vivi in una regione che deve rispettare il patto di rientro in sanità, con tutto quello che questa situazione comporta. La spropositata riduzione dei servizi sociali si tocca con mano. Dove in maniera scioccante e dove strisciante, si vedono sparire le possibilità di far fronte a bisogni primari e impellenti. I tagli, calati massicci e all’improvviso su scala nazionale ancor prima del “governo Monti”, rendono difficile pensare di metter mano adesso a un razionamento generale dei servizi sociali, perché per ridisegnarli si ha bisogno di tempi medi e della convergenza tra volontà politica e risorse adeguate, cosa che questo governo di transizione non potrà mai fare. E forse nemmeno ci pensa. Siamo ostaggi di miopie culturali, di ragionieri statali da liberismo feroce, di politicanti inadeguati al ruolo di garanti del dettato costituzionale (almeno dei classici articoli 2, 3, 4, 31, 34, 36, 38, 117), di burocrati maldisposti al welfare; e tutti questi insieme nuocciono all’equità e alla democrazia nel Paese Italia col loro togliere i mezzi necessari allo status di cittadinanza dei meno abbienti e dei bisognosi. In tempo di revisione della spesa dello Stato, senza considerazione alcuna del compito dei servizi alla persona e alla comunità, si sta assistendo alla riduzione drastica della presa in carico delle persone e delle situazioni di non autonomia, e soprattutto si sta vedendo calare il sipario sul quel poco di utile e buono esistente delle attività sociali, quali la prevenzione e la promozione, la riabilitazione, la mediazione e l’inclusione sociale, come anche l’assistenza domiciliare. Le esigue risorse economiche vengono messe a disposizione di voci di ultima istanza, quale “ricoveri”, determinando la diminuzione e talvolta anche la cancellazione dei servizi territoriali di prossimità e di accompagnamento da svolgere a vantaggio di quelle persone che, pur non potendo farcela da sole, troverebbero almeno un valido sostegno complementare tra i servizi stessi e l’aiuto dei familiari, del volontariato o del vicinato. Si prospettano per loro lunghi periodi da trascorrere rinchiuse in strutture a pagamento diretto oppure gravando sulla collettività, con costi raddoppiati o triplicati rispetto a quanto si spenderebbe assistendole a casa. Ecco il paradosso: pur nella crisi, non si considerano certi costi economici perché il “sociale” è invisibile. Ma c’è di peggio: non si valutano i costi umani, non si mette sulla bilancia il valore inestimabile della dignità calpestata e dei diritti umani violati da parte di amministratori pubblici che, anzi, sono deputati a tutelarli e promuoverli. Ha un prezzo la tristezza provocata a un nonno, a una persona con disabilità, o depressa, o a un piccolo, e così via, quando vengono costretti a una mera sopravvivenza in luoghi separati dal consesso civile? La tua associazione conosce delle persone in carrozzina, le cose che amano vivere, il lavoro che possono svolgere, la sofferenza che sentono quando vengono discriminate nei loro diritti. Le strutture chiuse rendono le persone anonime, anime spente in luoghi abbruttiti da orari routinari insensati; sono strutture dotate di autorizzazioni e di certificati di qualità ma sono anche industrie di morte civile per le persone lì (si fa per dire) “accolte”. L’impatto su di loro? La vita di cui esse sono o possono divenire capaci viene troncata e la cittadinanza a cui hanno diritto viene cancellata. Insomma: alla crisi si sta reagendo in una maniera assurda, raggiungendo meno persone bisognose e spendendo di più in prestazioni dannose, per cui non vale nemmeno il saggio: “Se non spendi oggi per la prevenzione spenderai di più domani per la cura”, perché non si vuole affatto recepire che esistono disagi e malattie che non fanno marcia indietro, degradi psicofisici causati da alcol o droghe che non si riaggiustano nella norma, diagnosi o interventi precoci non eseguiti su malattie neurogenetiche o intellettive che dunque svolti tardivamente risultano inefficaci. Certe cure tardive diventano palliative. La modalità con cui si sta fronteggiando questa crisi a me pare proprio manchevole e ingiusta, perché non mette in conto la vita rubata alle persone fragili e vulnerabili, le più indifese. Il suo impatto sul welfare toglie servizi e aggiunge povertà, in modi differenti, in tutta Italia. Nella crisi economica corrono facili le voci dei sostenitori dei tagli alle spese dei servizi sociali, spiegate come uscite senza entrate. Le ritengono perdite secche coloro che privi di lungimiranza le misurano sui tempi brevi, sui tempi di un mandato elettorale, ma non è altrettanto vero se le calcoliamo sulla vita, per una famiglia, per l’educazione, un mutamento di qualità delle relazioni, una comunità, un sistema di servizi socio sanitari. L’analfabetismo in materia sociale trionfa. Certo, nel panorama dei servizi sociali, accanto a quelli funzionanti ne esistono anche di indegni di questo nome, indifendibili, ma, a mio parere, rimane comunque primario il bisogno di servizi sociali efficienti. Ve ne sono, sia pubblici che privati, che andrebbero rivisti organizzativamente, altri che avrebbero bisogno di personale più motivato o addirittura più adeguato al compito. Taluni sono reali roccaforti dei già tutelati, più convenienti agli assistenti che agli assistiti. In sostanza, l’impatto della crisi sui servizi si fa pesante. Come spiegare, invece, che essi rappresentano preziosi mondi vitali, strumenti di utilità collettiva e di regolazione sociale? Fungono da fabbriche di relazioni d’aiuto e di saperi sociali, da presidi di socialità. Perdendoli saremo più deboli di fronte alla crisi, anche perché essa sta colpendo non solo i servizi e i loro fruitori ma sta anche provocando una contrazione delle professioni sociali, risorse ancora oggi non bastanti in Italia e tantomeno al Sud. Una categoria di lavoratori e lavoratrici, composta faticosamente lungo questi sessantacinque anni repubblicani, viene sottoposta a ripetute manovre penalizzanti agite sui bilanci nazionali, regionali e locali, che la stanno sfiancando. Il personale impiegato si trova sempre più costretto a svolgere lavori precari in posti instabili, con contratti a progetto che significa a tempo determinato che a sua volta significa a tempo breve. Il turn over provocato disperde i saperi degli operatori e dei dirigenti, dei servizi e degli enti sia pubblici che privati, specie di quelli del terzo settore. Spezza la continuità terapeutica, la relazione di aiuto con chi è preso in carico, e affievolisce la partecipazione e la fidelizzazione a un servizio, a un’equipe, a un ente. Una distratta politica sociale - sarebbe meglio definirla asociale – sta distruggendo tutte le realizzazioni per le quali ci son voluti decenni di lotte e di investimento motivazionale, di studio e di denaro da parte degli stessi operatori. Il termometro segna una febbre alta, poiché in questa situazione di incognite sulla continuità e sul senso del loro lavoro si fa fatica a sostenerli nell’impegnarsi e scommettere sulla valenza della loro stessa professione. Quando potremo riparlare di interventi globali o di lavoro di rete, di collaborazione tra pubblico e privato o di territori che si prendono in mano il proprio destino? Insomma, questa crisi sta impoverendo sia gli assistiti che gli assistenti che i servizi stessi i quali, questi ultimi, rischiano di ridursi a dimensioni insignificanti tanto da apparire inutili. Perdenti. In finale, tu chiedi della situazione della Regione Calabria, commissariata per le enormi spese della sanità e sottoposta a un Piano di rientro economico. Queste spese esagerate non sono state fatte dai malati calabresi, né provocate dai loro bisogni di visite o di terapie: quegli sprechi fuori misura sono stati fatti per affari leciti e illeciti da politici, tecnici, burocrati e consulenti. Il debito non è lievitato a causa dei bisogni particolari della popolazione ma del malgoverno della Regione. Gli sprechi e il conseguente Piano di rientro stanno provocando nuove ricadute devastanti sui servizi, in particolare quelli socio sanitari. Lo scialacquamento del ricchissimo bilancio della sanità è avvenuto drenando soldi anche dal poverissimo bilancio del sociale, comparto per il quale i dati Istat del 2012 ci ricordano che in Calabria annualmente si impegnano miseri 26 euro pro capite dei quali se ne spendono 24. Al fine di mettere le mani sul risicato fondo sociale la Regione ha varato persino una legge apposita, utilizzata prima dal centrosinistra e assunta oggi dal centrodestra. Il danno derivato è che ai servizi di prevenzione e di promozione sociale, sperimentali e di riabilitazione sociale, è rimasto nulla. La prospettiva del bene comune, del voler ripartire da chi è più in difficoltà, di garantire diritti oltre che risposte ai bisogni sembra tramontare? Pare prendere sempre più corpo l’idea che ognuno deve farcela da solo. Il problema è che non tutti ne sono capaci. E questo rinvio ad una supposta autonomia sembra avere il carattere di un crudele abbandono. Sì, tramonta la prospettiva “calda” di una Repubblica di soggetti singoli e collettivi, differenti e diseguali, uniti da un sensato Patto sociale finalizzato a costruire alcuni essenziali beni comuni, tra i quali i diritti per tutti e ciascuno per: lavoro, assistenza sociale e sanitaria, casa, educazione, istruzione, formazione professionale, socializzazione. L’idea originaria di realizzare un compiuto sistema di promozione e protezione sociale universalistico tramonta insieme ai pochi servizi da destinare prioritariamente alle persone più bisognose. Cancellati del tutto gli esperimenti di servizio sociale di comunità, volti a potenziare le capacità di popolazioni e di contesti locali, adesso i risibili fondi messi a disposizione del sociale obbligano a elaborare “risposte” minimali, rivolte prevalentemente a singoli e pertanto operando più sugli effetti che sulle cause dell’esclusione sociale. Ci si trova con risorse ridotte per servizi azzoppati. Concluso l’arco di tempo durante il quale in tanti e di diverse aree culturali e politiche abbiamo cooperato ad accrescere gli interventi sociali gestiti sia dal pubblico che dal privato, considerati come beni di tutti in generale e non degli “sfigati” in particolare, adesso sembra persino improponibile difendere e mantenere a regime nemmeno i pochi esistenti. Dai bilanci pubblici viene difficile reperire fondi per interventi di sostegno alla famiglia, figuriamoci per intervenire su contesti più ampi e patogeni, generativi di disagio ed esclusione sociale. Prende corpo il pensiero secondo il quale ognuno deve farcela da solo, ma non nel senso del sogno americano del self-made man, ma in quello italiano del “povero Cristo” che si deve arrangiare a cavarsela da solo. “Meno male che io me la cavo” è una metafora che disturba la mente di bambini e bambine. L’immaginario collettivo la collega alla crisi economica e finanziaria venuta da lontano; ma lo studioso l’aggancia anche a un senso di disfatta e di disgregazione sociale del “noi”. L’allarme “Si salvi chi può” si lancia il momento in cui ognuno deve fare da solo perché il mare sta inghiottendo la nave. Ma la differenza è che sul punto dei servizi sociali non è affatto così. Qui non c’è un mare, un pericolo esterno contro il quale non si può fare nulla. Qui si tratta di cogliere l’esistenza di un pericolo poco appariscente ma all’interno alla nave, alla società che siamo noi stessi, ovvero: il pericolo della perdita del senso di comunità, della coscienza civica in cui diritti e doveri sono intrecciati, del valore delle reti primarie e secondarie, dell’alto significato della polis, e soprattutto del ruolo di garanti pubblici delle nostre Istituzioni. Ha senso fronteggiare unitariamente questi aspetti sociali della crisi. Pressato dal peggioramento e dai rischi del presente e del futuro, il governo italiano s’è mosso introducendo nuovi interventi di sostegno ai poveri sotto forma di aiuti non basati sui servizi alla persona ma su contributi monetari, i quali stanno risultando insufficienti e inefficaci, come la social card. Ragionamento analogo è stato fatto sulla concessione di sgravi fiscali, risultati a loro volta impotenti ad avvantaggiare i veri poveri perché in gran parte si tratta di persone e famiglie incapienti, cioè prive di proprietà e di entrate economiche per cui non possono fruire di sgravi su nulla. Insomma, sono misure che non stanno favorendo alcun contrasto significativo al disagio e all’emarginazione. Sono decisioni di facciata che si tramutano in politiche sociali inservibili e, specie al Sud, riproducono modelli sregolati di società, concetti errati sul “potere” dei e nei servizi. È brutto quando vedi una fila di utenti parcheggiati nello stanzone o nel corridoio di un servizio socio sanitario (faccio riferimento a alcuni servizi per le dipendenze, a palestre riabilitative per persone con disabilità, ecc.). Solo i consultori familiari e pochi altri servizi aperti al pubblico hanno trovato cittadini e cittadine utenti partecipativi, critici e costruttivi. Altri no. Altri servizi incontrano singoli e categorie inermi di fronte a uffici e burocrazie, incapaci di far valere i propri diritti, in un’asimmetria di potere nei rapporti di forza tra assistenti e assistiti, pur essendo numericamente superiori. Il potere e la forza qui non stanno nei numeri. Infatti, oltre a esserci persone incapaci di farcela da sole, ci stanno intere categorie sociali a loro volte incapaci di farcela da sole; la lobby dei deboli è ancora inesistente per debolezza interna e per colpa anche di un terzo settore che latita nelle battaglie per i diritti di tutti. Le stesse Onlus, che dovrebbero essenzialmente perseguire l’utilità sociale, quali vantaggi producono ai diritti civili, politici e sociali degli esclusi? Questa stessa domanda va girata anche alle istituzioni che amministrano il comparto dei servizi sociali ma che si dimenticano troppo spesso del loro dovere di operare per costruire il bene comune progressivo del Paese. Non è raro che ci si trovi a negoziare con esse per poter ottenere almeno il male minore, la riduzione di un danno, un cerotto da mettere su una situazione disastrosa. Uguaglianza e equità non sono viste come valori e principi operativi di una società coesa, ma sono catalogate come parole vuote, come obiettivi irraggiungibili per i quali solo gli ingenui battagliano e sperperano ancora energie. Sottolineo questi pochi appunti per dare conto del crudele e ingiusto abbandono politico, sociale e relazionale esistente in lungo e in largo nella Penisola. Tante incertezze si vanno accumulando in tante teste “occupate” da questa crisi, per cui viene difficile spiegare in giro l’importanza di tenere in alta considerazione le professioni e i servizi sociali. Sembra di stare a parlare di un altro mondo e di un’altra storia. Ricordo però che coi politici era difficile anche in tempi distanti dalla crisi attuale. Ad esempio: stendendo un velo pietoso sul mezzo secolo di governo democristiano disattento ai poveri del Paese, sottolineo che una dozzina d’anni fa la legge cosiddetta di riforma dell’assistenza numero 328 è stata approvata da una maggioranza che nemmeno la voleva, e la maggioranza di governo successiva l’ha demolita più di quanto si potesse temere. Anche adesso, dunque, i temi e i problemi sociali sono muti e invisibili. Senza palcoscenico. Vengono ignorate le proposte dal basso di risparmiare su certe voci di bilancio, come sugli F35 o sugli stipendi e i vitalizi alla casta politica; così pure le disposizioni di utilizzare fondi europei – come quelli destinati alle regioni del Sud tramite il varo del Piano di azione-coesione operato dal Consiglio dei Ministri a maggio 2012 – non portano lontano perché sappiamo, per esperienza diretta al Sud più che altrove che, in assenza di quelli ordinari, gli interventi straordinari non risolvono le profonde disfunzioni prodotte dalla carenza endemica di un pur minimo sistema di protezione sociale. I servizi sociali non sono ruote di scorta per le emergenze, cioè non sono servizi da utilizzare solo quando scoppiano dei problemi perché il loro compito è certo quello di fronteggiare disagi individuali e sociali che si manifestano, ma è anche quello di prevenirli promuovendo socialità diffusa e qualità di vita nelle relazioni umane e sociali. Essi diventano efficaci solo laddove vengono utilizzati in tutto e bene in maniera stabile, efficiente e sistematica. Dalla scrittura e dal varo della legge 328 del 2000 ci si aspettava un plafone di servizi essenziali sparsi in maniera equivalente in tutte le regioni italiane e un reddito minimo di inserimento per i più bisognosi, al pari di molti altri Paesi europei, ma alla legge, alle ragioni degli esperti sociali e alle speranze di tantissimi operatori del pubblico e del privato, non sono seguiti i fatti di cui erano e rimangono responsabili i decisori politici. Insomma, credo che tu abbia azzeccato la parola giusta: abbandono. Troppi che incappano in situazioni di disagio sociale si ritrovano abbandonati dalla società e dalle Istituzioni. E non ce la fanno a reagire e a rilanciarsi da soli, indebolendosi ancora di più, senza servizi, senza tutele, senza democrazia. Bisognerebbe smettere di chiamarla crisi economica e finanziaria, perché è evidente che in crisi c’è molto di più. Negli ultimi tempi la galassia del terzo settore (penso alle iniziative del Forum, a “Cresce il welfare, cresce l’Italia”, alla campagna “i diritti alzano la voce) è sembrata più consapevole dei rischi che stanno correndo le persone più fragili e più vulnerabili. Pensi ci siano le condizioni per una ripresa di lavoro dal basso che porti ad effettivi cambiamenti nelle politiche? Se si quali ritieni siano le condizioni perché ciò avvenga? Cercherò di soffermarmi sul binomio “terzo settore e persone fragili”. Salvo alcune eccellenze o punte di diamante, il terzo settore si è accorto dei rischi che corrono le persone più fragili e vulnerabili da quando si è reso conto dei rischi di impoverimento che esso stesso correva; rischi di inutilità, di irrilevanza culturale, peso politico zero, inadeguatezza a dare al “sociale” più soggettualità rispetto al primo e al secondo settore. Si capisce che un’incisiva ripresa di lavoro dal basso non può rimanere assente. Di fatto, nel terzo settore esiste una maggioranza, un centro di indirizzo, che alza di più la voce quando si tratta di difendere il suo 5 per mille che quando si tagliano i fondi al welfare! In gran parte zitto e zittito, va in agitazione quando il Governo di turno riduce i numeri del Servizio civile volontario ma s’indigna di meno quando indebolisce la scuola o si distrae sulle politiche giovanili o dimostra noncuranza di fronte al dilagare della povertà. Oppure, alza la voce sui diritti quando rischia di perdere la gestione dei “suoi” servizi”. Mi preme precisare che il “basso” non è il terzo settore, ma è la società, la gente bisognosa oggi e forse domani; sono le persone fruitrici dei servizi pubblici e privati e quelle che non sono aiutate da nessuno perché invisibili, quelle che non rientrano nei parametri della presa in carico, quelle lasciate fuori perché disturbano il cosiddetto mantenimento della qualità delle organizzazioni, quelle rientranti nella povertà estrema ma nessuna compagine politica ancora in Italia ha scommesso sui loro diritti né sulle loro capacità né sulla loro dignità umana. È stata l’assenza di partecipazione del basso vero, rappresentativo dei diritti di costoro che ha permesso alla cultura e alla politica, in generale, di rendere invisibili e far cadere nell’oblio certi diritti umani fondamentali. È il mancato aggancio con tutti costoro, ieri connazionali e oggi anche stranieri, che non consente al terzo settore di rafforzarsi per competere almeno un po’ con la forza antagonista che Stato e mercato oppongono all’ampliamento dei diritti sociali nel Paese. L’analfabetismo in fatto di partecipazione popolare è in ultima analisi analfabetismo di cittadinanza; esso blocca l’esercizio dei diritti da parte dei più poveri e dei più bisognosi nella vita quotidiana, al punto che talvolta, per procurarsi un’opportunità utile, talune categorie hanno battagliato e incamerato dei diritti per se stesse trasformati in diritti acquisiti. Avulsi dal contesto in cui questi diritti andavano e vanno esercitati, pagati e verificati, queste categorie di bisognosi si ritrovano organizzate ciascuna contro le altre e contro lo Stato centrale, e vanno a togliere al “bene comune” un bene da rendere esclusivo per i propri tesserati. Sono battaglie continue, che una volta vinte su una Finanziaria ci si dà appuntamento alla prossima. Si capisce che ogni anno vincono i più forti tra i più deboli, quelli meglio organizzati in lobby per influenzare i decisori politici del comune o della regione, del Paese o dell’Unione Europea. Alcune hanno anche violato la loro natura di lobby morali e finalizzate al sostegno dei diritti umani e a democratizzare le società, quando si sono rapportate a governi e a partiti e a politici tramite relazioni di scambio illecite e utilitaristiche solo per se stesse. Queste scorrette modalità di autotutela dei rispettivi diritti acquisiti hanno innescato rischi e danni alle categorie deboli. Basti pensare alle resistenze che oppongono ogni qualvolta si mette a tema la revisione del welfare, quando si confrontano le risorse imputate ai servizi sociali con quelle per le pensioni, le prestazioni di cura con le monete o i voucher: in definitiva un welfare promozionale di offerta di servizi e un welfare riparatorio con emolumenti. Qui il rischio che corrono le stesse persone più fragili e vulnerabili è quello di ancorare il futuro dei loro bisogni e dei loro diritti a un passato di guerre tra poveri non più sostenibile; ma il rischio dato dal loro essere lobby chiuse è quello di non ravvisare il crescente ampliamento di nuove categorie di soggetti fragili e vulnerabili quali, ad esempio, le classi medie, i lavoratori poveri, i giovani, le famiglie e gli stranieri: che non staranno a guardare. Il terzo settore ha attivato un discreto coinvolgimento partecipativo sul pezzo di sua competenza professionale ma non su quello culturale e politico, perciò, a mio avviso, dovrebbe dotarsi di migliori attenzioni e strategie di alleanze andando oltre il proprio settore, che non è “terzo” nel senso di estraneo o super partes a ciò che Stato e mercato fanno pro o contro il sociale. Anche per questo penso che il terzo settore debba curare al meglio le alleanze coi mondi delle categorie fragili, costruendo partecipazione con esse. Esse non rappresentano, come si pensa spesso erroneamente, l’area dei “bisognosi” e degli incapaci, ma sono soggetti portatori di interessi alti per tutti e di diritti umani universali. Sono protagonisti necessari al cambiamento sociale. Penso che converrai con me sull’idea che sostenere le autonomie e liberare le capacità dei cosiddetti fragili e vulnerabili possa divenire un bene non solo per loro ma altresì per la società intera. Al di là di facili giudizi trancianti o commiserazioni, credo anche che converrai che tanti saperi umani, sociali e professionali sono stati appresi per metà dagli studi e per l’altra metà dall’ascolto e dalle relazioni di aiuto e di scambio avute con loro. Certo, la chiave che potrà aprire le porte a una migliore costruzione di servizi e politiche sociali non passa solo da qui. Occorre mettere in campo la corresponsabilità dei molteplici soggetti sia sociali che istituzionali coinvolti in tutto ciò che chiamiamo vita, politiche e servizi sociali. Però è certo ora di finirla di escludere proprio i diretti interessati. A partire dalla vostra esperienza che tenta di coniugare promozione e tutela insieme alla gestione dei servizi, quali sono le insidie di cui ritieni debba esserci grande consapevolezza? In tutto questo c’è una specificità del sud e della Calabria in particolare? Esistono insidie molteplici anche se non sono tutte ugualmente pericolose. Le esperienze condotte da quelle organizzazioni che nei loro interventi sociali compongono promozione e tutela insieme alla gestione dei servizi camminano su una strada piena di conflitti, molti dei quali insorgono al proprio interno. Anche per questo simili organizzazioni vanno diminuendo sempre più. Sanno anche che una volta superato un conflitto non c’è la garanzia di riuscire a risolvere quello successivo. È abituale e ne sono consapevoli. Vi sono insidie difficili da mettere sotto giudizio a priori, perché agganciate a interessi oggettivi, differenti, tutti leciti seppure a volte contrapposti e causa di problematiche e conflittualità. Ciascun soggetto in campo ha le sue ragioni valide, perché esistono differenti interessi nelle aspettative dei fruitori dei servizi e in quelle degli operatori, dei responsabili degli enti e dei familiari delle persone in carico, dell’ente locale e dell’azienda sanitaria, delle istituzioni territoriali o di altro ancora. Sono interessi che insidiano dal di dentro la mission dei gruppi di intervento sociale, e non andrebbero sottovalutati. Qui vorrei sottolineare una sola insidia, una di quelle provenienti però dall’esterno delle organizzazioni. Questa è rappresentata da tutto ciò che punta a erodere la mission stessa di quei gruppi che non si vogliono fermare alla gestione dei servizi, ma s’impegnano anche a fare promozione e tutela dei diritti di cittadinanza. L’insidia è quella agita da soggetti civili o istituzionali, da ottiche, da poteri, che cercano di espropriare i nostri gruppi della solidarietà e della sussidiarietà che costruiamo dal basso. È anche quella di voler connotare la nostra solidarietà e sussidiarietà come relazioni di assistenza e non di cittadinanza. È anche quella di tentare di ridurci a semplici operatori di servizi sociali mentre noi vogliamo essere persone attive finanche nelle politiche sociali. In realtà, noi pretendiamo di contribuire ad arricchire di dignità umana, politica e culturale, la storia delle persone e delle formazioni sociali. Per questo la consapevolezza di ciò che c’è in gioco deve essere grande, istruita, lontana dai pressapochismi che eclissano i protagonisti di una società più accogliente: quelli che attivano processi di trasformazione sociale; quelli che contribuiscono a trasformare persone che prima venivano considerate incapaci e inutili e adesso sono diventate soggetti attivi; quelli che hanno reso più ospitale un territorio in precedenza indifferente; quelli che hanno prodotto coesione sociale e non disgregazione. Quest’insidia, a mio avviso, è attuale e pericolosa. In questo ambito il Sud è più debole del Nord. La quantità o la carenza di servizi la dice lunga anche sulla loro qualità. Il numero superiore di servizi presenti al Nord consente di fatto maggiori possibilità di attuare interventi, di differenziare le tipologie delle prestazioni, di offrire un sistema compiuto di welfare locale. Ciò che non avviene in vastissime parti del Sud. Così succede anche a causa della breve storia del lavoro sociale del Sud, contrassegnato da una società debole al punto che in molti seguitano a tollerare un po’ troppo quattro organizzazioni criminali spietate, anti-democratiche e anti-sociali come la mafia e la ’ndrangheta, la camorra e la sacra corona unita, a cui ci si rassegna a chiedere per favore ciò che spetta invece di diritto. Come con non pochi politici. Insomma, a mio avviso il nostro Sud, e la Calabria in particolare, ha un grande bisogno di scommettere e investire al meglio su politiche sociali capaci di fare promozione e tutela insieme alla gestione dei servizi sociali. E ne ha un estremo bisogno, perché il Nord non l’aiuterà, almeno fino a quando determinati interessi forti avvaloreranno la “questione settentrionale”, e fino a quando la base meno mitica ma più realista delle popolazioni delle diverse regioni capirà che l’Italia sociale non crescerà se non anche dal basso e il più possibile tutta insieme. Negli ultimi mesi siete stati sottoposti a ripetute pesanti intimidazioni. Come state vivendo questa situazione? Pesa la solitudine o più forte è la solidarietà ed il sostegno ricevuto? Noi qui viviamo sensazioni di confusione e paura, però siamo persuasi che la “sicurezza” che ti prospetta un clan di ’ndrangheta attraverso la sua invischiante “protezione” altro non è che l’inizio della fine del lavoro sociale, del lavoro e del sociale. È una prospettiva che abbiamo ben presente perché la vediamo riflessa in commercianti e imprenditori sottomessi ai clan. Non ci piace vivere così. Piuttosto ci ribelliamo, resistiamo e inventiamo progetti sociali e culturali attuandoli proprio nelle case confiscate. Questo fa perdere la faccia ai mafiosi e raccoglie le simpatie e il consenso della gente comune, incoraggiando anche la popolazione rassegnata, timida o paurosa la quale vede nel concreto che un’altra Calabria è possibile. E una solidarietà, più forte dei tentacoli mafiosi, ci piove addosso da ogni parte in tanti modi inaspettati ma sempre desiderati e graditi. Gli altri numeri della rivista. Se apprezzi il nostro lavoro puoi sostenerci con l’abbonamento. La gran parte del lavoro per realizzare questo sito è fatto da volontari, ma non tutto. Se lo apprezzi e ti è anche utile PUOI SOSTENERLO IN MOLTO MODI. PUOI SOSTENERE IL NOSTRO LAVORO ANCHE CON IL 5 x 1000.
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