Don Lorenzo Milani. Il suo messaggio, la sua eredità In Appunti sulle politiche sociali, 3/2017 (221). Giovedì 25 gennaio 2024, ore 17,30. Presentazione (online) del libro DUECENTO LETTERE. Nel centenario della nascita. A cura di Adele Corradi, Josè Luis Corzo, Federico Ruozzi. IL VIDEO DELL'INCONTRO. Con Federico Ruozzi, Professore di storia del cristianesimo, Università Modena e Reggio Emilia, responsabile dell’Archivio Milani della Fondazione per le scienze religiose di Bologna. Vedi anche: Le parole sono importanti, come le carezze. Lorenzo e Adriano Milani Comparetti; - Don Lorenzo Milani, il prete che ha cambiato la società civile. In occasione del centenario i documentari - Barbiana. Un puntolino nell'universo - Lettere dal Mugello. A Barbiana con Don Lorenzo Milani. Don Milani in questa (sezione libri) e questa scheda bibliografica. Parlare di don Milani non è facile. Avvicinarsi a Lui sembra quasi sciuparlo e un po’ tradirlo. L’unica cosa che pare opportuna è “dargli la parola”. Ma di don Milani è necessario parlare per la straordinarietà dell’uomo e del suo messaggio. Come dice Franco Gesualdi, “è un cristiano che ha preso sul serio il Vangelo”. Non potrebbe essere diversamente se a 50 anni dalla morte le sue parole rimangono così potenti. Intendiamo ricordarlo insieme a Sergio Tanzarella, storico della Chiesa, ordinario presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e tra i curatori dell’Opera omnia recentemente pubblicata da Mondadori nella prestigiosa collana de “I Meridiani”(intervista a cura della redazione). Lei è uno dei curatori dell’Opera omnia di don Milani. Un lavoro lungo e impegnativo. Chi era per Lei don Milani prima di questo lavoro e chi è oggi? Certo non è un lavoro che si realizza in una settimana. Sono occorsi oltre sette anni di ricerche, trascrizioni, confronti e verifiche con gli originali e preparazione di apparati di note. Abbiamo lavorato soltanto noi quattro curatori, Anna Carfora che insegna con me nella Facoltà teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, Federico Ruozzi della Fondazione per le Scienze Religose “Giovanni XXIII” di Bologna che si è fatto carico anche del lavoro improbo di collegamento tra noi e del coordinamento di tutta l’opera e Valentina Oldano, una giovane insegnante di Alassio che aveva conseguito il dottorato di ricerca con una tesi su Lettera a una professoressa diventando la massima esperta di questo libro. Purtroppo Valentina è morta improvvisamente a fine giugno quando sarebbe cominciato per lei il tempo del riconoscimento del tanto lavoro compiuto. Il giorno del suo funerale il 28 giugno è stato lo stesso di quello di Milani esattamente 50 anni prima. Oltre la consulenza di un certo numero di ex alunni di San Donato di Calenzano e di Barbiana abbiamo lavorato soltanto noi quattro senza schiavizzare nessuno, senza le collaborazioni coatte tipiche dell’accademia baronale. Per tutti noi è stato un impegno che si è sovrapposto a quello ordinario di insegnamento, di tesi da seguire e di altre ricerche prendendo tutte le ore libere disponibili e anche qualcuna in più. Del resto nessuno di noi quattro curatori ha ricevuto un compenso e anche le spese vive, per esempio andar in giro per l’Italia a recuperare lettere in archivi, lo abbiamo fatto quasi sempre a nostre spese sottraendo risorse alle nostre famiglie. L’editore Mondadori (il più grande gruppo editoriale italiano) ad oggi, dopo oltre quattro mesi dalla pubblicazione, non ci ha nemmeno inviato una copia dell’opera che abbiamo curato. Ma questa è una condizione abbastanza normale per chi si occupa di ricerca in Italia. Non avendo nessuna esigenza di carriera questo lavoro l’ho fatto esclusivamente per saldare, in pur minima parte, il debito contratto da ragazzo con Milani. Se non avessi incontrato i suoi scritti nell’adolescenza sarei stato un’altra persona e un altro insegnante. Poi ero anche moralmente impegnato con Adele Corradi e Giorgio Pecorini che da anni – insieme ad altri amici – chiedevano che gli scritti fossero tutti raccolti in una unica edizione. Tutti e due mi chiesero di seguire la ricerca in un incontro che facemmo anni fa a Volterra. Anche Maurizio Di Giacomo, il giornalista autore di quella che ritengo la migliore biografia Don Milani. Tra solitudine e Vangelo (Borla, Roma 20022), poco prima di morire mi ripeteva che avrei dovuto lavorare alla edizione degli scritti affidandomi questa raccomandazione quasi come compito. A me è accaduto sempre così, non ho mai deciso di quale argomento occuparmi, ho sempre lasciato agli incontri fatti e agli inviti ricevuti di indicarmi la strada delle ricerche da fare Questo mi ha affrancato da quella sicumera di diversi intellettuali orgogliosi e gelosi dei propri studi. Penso che esista – alla scuola di Milani – una possibilità di lavoro intellettuale nella condizione di povertà di chi non sceglie cosa studiare ma che risponde alle richieste che gli arrivano. Infine, nel lungo tempo necessario a realizzare questo lavoro ho sempre ricordato tutti coloro che in questi anni mi hanno raccontato che grazie all’incontro con le parole di don Milani sono stati aiutati a trasformare la loro vita rompendo con l’egoismo e andando verso la condivisione, superando l’illusione delle obbedienze cieche con il principio della responsabilità personale, abbattendo il mito della competizione e del successo con la scelta della cooperazione. Non si tratta di fatti secondari ma di questioni dirimenti. Così rendere accessibili i testi di Milani è un impegno del quale è possibile intuire le importanti conseguenze sulla vita dei lettori. Ad opera compiuta non è emerso per me un altro Milani, tuttavia anni di lavoro sulle carte originali segnano inevitabilmente lo storico che pur cercando di non perdere il rigore scientifico resta vulnerabile alle testimonianze di sofferenza, alle persecuzioni, all’isolamento. Milani è tutto questo ma non solo. Resta un maestro di vita alla luce della parrhesia, ovvero l’impegno a parlare e a scrivere con la più totale libertà alla ricerca della verità senza guardare né a carriera né ad opportunismi. Come egli dice nell’incontro con i giovani allievi di una scuola di giornalismo: «perché chi ha questa non volontà di carriera scrive come me, chi vuol far carriera non scrive come me. Scrivendo come me non farete strada mai nella vita, in nessun posto. Non si può farsi strada scrivendo come me, perché è un giuramento fatto a se stesso e agli altri di colpire quando c’è da colpire chiunque abbia da avere, senza rispetto di nessuno, alla ricerca della verità, oggettiva, che io credo che esista, la ricerca della verità oggettiva, la quale non è fatta né di carità, né di educazione, né di tatto, né di pietà […]. Se voi rinunciate alla carriera farete opere d’arte; se ogni momento non vorrete urtare né il direttore del giornale, né il collega, né la potenza tale, né l’industria tale, né... né nulla, se non volete urtare nessuno, non vi riuscirà a fare un’opera che abbia la vivacità della nostra. Gran parte della vivacità della nostra è data dal fatto che ormai noi abbiamo belle fatto carriera. Io, almeno, ho bell’e fatto carriera; una carriera che è finita molto in alto... a 500 metri, insomma» («Strumenti e condizionamenti dell’informazione», in Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, I, a cura di A. Carfora, V. Oldano, F. Ruozzi, Mondadori, Milano 2017, 1339-1340 = Tutte le opere). Ecco perché risulta non credibile chi pretende di studiare, capire e citare Milani mantenendo inalterata la propria appartenenza e sudditanza alle logiche di dominio dell’accademia, dei quotidiani, delle curie e dei partiti. Se uno legge Milani e dice di condividerne idee, parole e azioni non può continuare ad adottare i sistemi di questi apparati di potere, non può non schierarsi dalla parte degli impoveriti, non può non prendere le distanze dal mondo dei garantiti e di coloro che possedendo un ricco vocabolario lo tengono gelosamente per sé. È evidente per me che anche insegnare assume un compito sempre nuovo e un impegno grave alla liberazione, alla responsabilità e alla conquista dell’autonomia di giudizio. Spazi per la erudizione, per la apologetica e per la mistificazione non ve ne sono. Cosa contiene l’opera che avete curato e quali sono gli elementi di novità? I due volumi (per un totale di 2946 pagine) contengono tutti gli scritti di Milani oggi disponibili. Nel primo, oltre agli scritti più noti, vi è una quantità di materiali dispersi in tante pubblicazioni e che qui sono stati riuniti con un discreto apparato di note e delle post fazioni che ne spiegano origine e ne offrono contestualizzazione. Sono state anche recuperate delle conversazioni registrate, certo non di buona qualità, di cui erano state fatte delle trascrizioni pubblicate però con errori, omissioni e riscritture. Esse sono state nuovamente trascritte restando fedeli all’originale con tutti i limiti di una conversazione, con le sue ripetizioni, interruzioni, intercalari, ma con la freschezza di un linguaggio immediato di notevole forza. Ne emerge un Milani dotato di una lucidità pari a quando scrive e capace di analizzare i limiti e i pericoli della società del suo tempo molto meglio dei professionisti (politici, sociologi, giornalisti) suoi contemporanei. È ancora straordinario verificare come dalla sperduta Barbiana si osservasse meglio il mondo e i suoi processi a patto di essere liberi e di cercare la verità. Il secondo volume comprende tutte le lettere, esattamente 1106 tra cui ben 129 inedite. Oltre quelle che ci sono arrivate dopo l’appello gli altri inediti li abbiamo trovati con una ricerca estesa a molti archivi, fin qui niente di eccezionale, è il nostro lavoro di storici cercare le fonti. L’aspetto sorprendente e sconcertante non è che noi le abbiamo trovate ma che nessuno delle centinaia di cosiddetti studiosi di Milani le abbia mai cercate. Per le lettere già edite dove era disponibile l’originale (la maggioranza) abbiamo fatto una nuova trascrizione restaurando i testi che sovente erano stati pubblicati mutili o con riscritture, correzioni e presunti abbellimenti di stile. Allo storico spetta il compito di interpretare le fonti non di riscriverle a suo gusto. Tutte le lettere sono accompagnate da un discreto apparato di note che aiutano il lettore a comprendere riferimenti e contesto storico in cui furono scritte. Tra le lettere inedite vi sono quelle dell’infanzia e della giovinezza, quelle alla sorella Elena, quelle ad Aldo Capitini il famoso assertore dei principi della nonviolenza, quelle a Giorgio Peyrot il responsabile giuridico della tavola valdese, quelle ai sostenitori stranieri delle lettera ai cappellani militari e ai giudici e quelle singole a diversi corrispondenti fino ad oggi ignorati da Margherita Pieracci ad Ignazio Silone. Poco prima della pubblicazione di tutti gli scritti di Milani lei ha curato una edizione particolare delle Lettere ai Cappellani militari e ai Giudici (Il pozzo di giacobbe, Trapani 2007), come mai? Di queste due lettere, fondamentali tra gli scritti di Milani, sono state fatte molte edizioni e i testi sono disponibili anche in internet. Tuttavia moltissimi non le hanno mai lette. L’idea è stata quella di fornirne una edizione autonoma accessibile a tutti, con note esplicative e con una ampia post fazione soprattutto rivolgendomi ai giovani. Indirettamente mi ha anche spinto la Mondadori poiché per esigenze di spazio e sedicesimi sosteneva che bisognava ridurre all’essenziale note e testo di commento finale e di fatto ha anche operato dei tagli al nostro lavoro. Io che ero andato all’archivio del tribunale a consultare le carte del processo ritenevo assurdo gettare a mare mesi di lavoro. Tra le carte avevo trovato molte fonti inedite, anche qui fra i tanti cultori di Milani quasi nessuno era andato a leggersi le carte del processo (io sono stato il quarto ad accedere al fascicolo). Con tutto questo materiale ho realizzato un libretto che ritengo necessario. Diversi colleghi lo hanno già adottato nelle scuole di secondo grado (capillare l’impegno del prof. Carlo Saviani nel Liceo Garofalo di Capua e di diversi altri) e nelle università l’ho ha già fatto la professoressa Miriam Turrini (Università di Pavia, sez. di Cremona). Ma spero in una diffusione ancora più ampia. Mi appare questo il modo più coerente e rispettoso per ricordare Milani a cinquant’ani dalla morte fuori da quella retorica celebrativa che egli avrebbe certo avversato e ridicolizzato. Quali continuano ad essere i principali “fraintendimenti” che lo riguardano e invece qual è il cuore del suo messaggio senza la comprensione del quale è impossibile capirlo? Quale eredità lascia? L’elenco dei fraintendimenti - per il vero non troppo fraintendimenti - è lungo e comincia da vivo e si è prolungato per tutti questi cinquant’anni dalla morte. Mettiamo da parte le calunnie e le stupidità perché non meritano nemmeno di essere ricordate per non citare i nomi di quelli che accusando Milani si sono fatti pubblicità. Tra tutte quella di essere comunista e classista sono datate e inconsistenti. Più pericolose le semplificazioni che lo vorrebbero comprendere ancora oggi come un pedagogista. Milani disse più volte di essere un semplice maestro, anzi un semplice prete che per una serie di circostanze si era dovuto occupare di fare il maestro in una Italia dove, nonostante la Costituzione la maggioranza ignorava la lingua italiana e possedeva al massimo 200-300 parole. Sufficienti per leggere a stento la Gazzetta dello sport ma certo inadeguate per essere realmente cittadini. E dunque anche impediti a diventare cristiani perché come lui stesso diceva: “da bestie a santi non si può diventare”. Chi dimentica – o non sa – tutto questo, tradirà Milani anche quando pretende di celebrarlo. La sua è infatti una eredità aperta che non chiede tanto adesioni ma scelte dirimenti. Le parole - poco note - pronunciate a una lezione fatta ad un gruppo di ragazze della scuola media di Borgo San Lorenzo mi sembrano un programma ancora attuale: «La vita è un bel dono? La vita è fatta di tante ore, di tanto tempo no? Buttarlo via, il tempo è un peccato. Se la vita è un bel dono di Dio non va buttata via, se un’azione è inutile è buttar via dono di Dio, è un peccato gravissimo. Io lo chiamo “bestemmia del tempo”, ed è una cosa orribile bestemmiare il tempo, perché il tempo è poco, quando è passato non torna. A me manca sempre e non so come a voi vi avanzi per buttarlo via. È una cosa seria il tempo, non ce n’è tanto a disposizione e chi butta via il tempo fa un bel peccato, a me mi manca sempre. Io non so come a voi vi avanzi il tempo per buttarlo via. Alle persone normali il tempo manca, a quelle anormali invece avanza. […]. Se vi avanza il tempo siete anormali, perché le persone normali che conosco io, sono in disperata ricerca di un po’ di tempo; pigliano un caffè la sera per star svegli un’ora di più, si disperano perché non riescono a rispondere nemmeno alla corrispondenza, perché non riescono nemmeno a fare tutto quello che vorrebbero fare, leggere tutto quello che vorrebbero leggere, vedere certi importanti film che sarebbe il caso di vedere, certi importanti spettacoli che sarebbe utile vedere, sentire qualche importante trasmissione alla radio, può capitare, può capitare perfino alla televisione, in più fare i doveri di tutti i giorni, in più campare la famiglia se uno ha da camparla, fare tutti gli studi di scuola se uno ha da andare a scuola. Le persone normali sono alla caccia disperata di un po’ di tempo di avanzo per finire tutto quello che hanno da fare. Le persone anormali hanno il tempo d’avanzo e tentano di buttarlo via. Alcuni si fanno stampare dei cartoncini con delle strane figure, si mettono a un tavolino e alzano e abbassano questi cartoncini, li avete mai visti? Io ne vidi una volta in un bar, messi attorno a un tavolo, quattro. Alzano i cartoncini e li abbassano... Ho visto usare il tempo così» («Lezione a un gruppo di ragazze», in Tutte le opere, I,1211-1213). Questa lezione è l’invito ad andare controcorrente, in direzione contraria, nella consapevolezza della responsabilità della vita e del tempo che abbiamo: «Per ridurre al minimo il pericolo di sciupare la tua vita in cose meno nobili […], e aumentare al massimo la probabilità di tenerla a un elevato livello, e l’elevato livello è: studiare, pensare, discutere, leggere, agire nel sindacato, scioperare quando è l’ora, essere attivista sindacale, far della politica di ogni genere, dedicarsi completamente al prossimo, imparare i problemi dell’educazione, dedicarsi a tutti i bambini intorno a casa per vedere di educarli, di capirli eccetera. Questi sono i veri, importanti problemi che tu devi tener presente e questi bisogna imporseli perché la società non ve li offre. C’è stato chi ha pensato che la società non ve li offrisse. Che lo Stato offrisse tutte queste bischeratelle, la televisione così com’è, il cinema così com’è, il ballo così com’è. La società ci ha già pensato a offrirvi tutto quello che occorre perché alle cose belle e utili non ci pensaste» («Lezione a un gruppo di ragazze», in Tutte le opere, I,1269). Possiamo affermare che è impossibile una comprensione di don Milani se non si ha piena consapevolezza dell’ambiente familiare da cui proviene e di cosa fosse Barbiana a metà degli anni cinquanta? Forse allora possiamo capire il significato profondo dell’affermazione, riferita a se stesso, in punto di morte, del “cammello che passa per la cruna dell’ago”? La famiglia Milani apparteneva alla aristocrazia fiorentina, non tanto quella nobiliare ma culturale. Un mondo economicamente solido, culturalmente dinamico ed evoluto, ma certamente poco interessato alle questioni sociali e al dramma degli esclusi della storia. Si può ben comprendere cosa dovette significare per Milani la condanna all’esilio di Barbiana una parrocchia di una frazione di case sparse (non più di cento abitanti) dove non era più prevista la presenza fissa di un prete e che fu tenuta aperta esclusivamente per recluderci don Milani. A 500 metri di altezza, senza strada, senza acqua, senza energia elettrica. La conversione avviata tra gli operai di San Donato di Calenzano ebbe il suo compimento tra i montanari e i pastori del monte Giovi a Barbiana. E infatti scriverà alla mamma poco dopo esserci arrivato e sicuro di aver percorso una strada senza ritorno: «E neanche c’è motivo di considerarmi tarpato se son quassù. La grandezza d’una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui s’è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di far del bene si misurano sul numero dei parrocchiani» (Lettera alla mamma, 28 dicembre 1954, in Tutte le opere, II, 326). Riguardo alle relazioni familiari per lungo tempo quelle con la mamma hanno costituito una straordinaria miniera grazie alle centinaia di lettere a lei indirizzate. Pochissimo appare delle relazioni con il fratello Adriano, le lettere a lui sono rare, sebbene come medico Lorenzo lo utilizzasse moltissimo per seguire i bambini di Barbiana e per procurarsi medicine. È il caso di ricordare che Adriano fu un neuropsichiatra infantile di avanguardia, colui al quale dobbiamo in Italia il primo progetto di integrazione dei bambini con disabilità motorie causate da danni celebrali e il superamento dei ghetti delle classi differenziali. Il recupero delle lettere indirizzate alla sorella Elena (una delle novità assolute dell’opera omnia) permette di ricostruire un rapporto dolcissimo e scherzoso e valutare anche il grado di coinvolgimento di Elena e del marito che seguono direttamente alcuni dei ragazzi di Barbiana che Milani manda in Gran Bretagna a lavorare e a imparare l’inglese mentre la giovane coppia si trova lì. Ma l’ultima grande novità è stata costituita dalla recentissima pubblicazione di un libro scritto dalla nipote di Milani, Valeria Milani Comparetti figlia di Adriano: Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole. Testimonianze inedite dagli archivi di famiglia (Edizioni Conoscenza, Roma 2017). Si tratta di un libro prezioso, né agiografico né celebrativo, che ricostruisce in modo rigoroso una relazione decisiva e intensa tra Lorenzo e suo padre Albano. Grazie ad esso è oggi possibile comprendere quanto influsso abbia esercitato su Lorenzo la personalità del padre con il suo interesse vivissimo per l’universo religioso, per la letteratura, per la scrittura. Ma anche quale percorso dovette compiere Lorenzo per distaccarsi progressivamente da quel mondo aristocratico e colto, paternalistico e padronale nel quale era cresciuto e del quale il padre, pur sensibile e acuto, era rappresentante. In questi mesi, “complice” Papa Francesco di don Milani si è parlato moltissimo. “Riconosciuto” o “riabilitato” dalla Chiesa e celebrato anche dallo stesso ministero dell’Istruzione. In verità negli ultimi anni è stato tirato da ogni parte. Troppi lo hanno fatto dimostrando di conoscerlo assai poco. Che don Milani è stato secondo Lei, offerto e consegnato alla opinione pubblica? C’è una grande differenza tra il gesto straordinario di riconoscimento compiuto da papa Francesco in quel suo recarsi alla tomba di Milani e nel pronunciare parole che rendono oggi giustizia alla sua vita e l’uso pubblico che di Milani si è fatto in questi decenni e soprattutto in questi ultimi mesi. Innanzitutto sono da rifiutare categoricamente queste tardive e lacrimose riabilitazioni promosse dal vescovo Betori e dalla sua richiesta alla Congregazione della Dottrina della Fede di rivedere il provvedimento di ritiro dal commercio e di divieto di traduzione emesso contro Esperienze pastorali dall’allora Congregazione del Sant’Uffizio. Non sono né Milani né il suo libro a dover essere riabilitati ma, semmai fosse possibile, occorrerebbe riabilitare la curia romana, il cardinale Florit, la curia fiorentina e i vicari dell’epoca, una parte del clero fiorentino che non persero occasione di isolare e perseguitare Milani insieme ai propagatori di menzogne sul suo conto. Ma l’uso pubblico è stato sempre ricorrente se si pensa a Veltroni che in un congresso dei Democratici di Sinistra fece mettere come sfondo del tavolo di presidenza l’I Care che era il motto americano che Milani aveva proposto a Barbiana. Incredibile scelta per un partito che contemporaneamente sosteneva tutte le missioni di guerra italiane, teneva aperti e rinforzava i Centri di Permanenza Temporanea per i migranti colpevoli del reato amministrativo di essere senza permesso di soggiorno, nulla di concreto produceva per le politiche sociali e la lotta alle disuguaglianze sociali, riaffermava il modello competitivo e individualistico nella scuola italiana. Vi è infine questo nuovo tentativo di annessione da parte dell’universo clericale che sottolinea con forza l’identità di prete di Milani scartando però tutto ciò che non corrisponde all’immagine stereotipata di prete che si vorrebbe contrabbandare. Milani allora diventa un ennesimo innocuo santino attraverso una accorta selezione dei suoi scritti funzionale allo scopo. Così anche gli eredi di coloro che lo hanno perseguitato sono disposti a celebrarlo. Il risultato è che si arrivi, come ha fatto in modo spregiudicato Massimo Cacciari, a paragonarlo a don Verzè, il noto prete faccendiere e plurinquisito fondatore dell’ospedale san Raffaele e dell’Università Scienza e Vita. Un raffronto inverosimile e grave, ma che non produsse significative reazioni nella Chiesa, anche a causa della portata mediatica del soggetto che fece queste volgari affermazioni. Se poi davvero si vuol dimostrare di avere a cuore Milani, non a parole e a pompose dichiarazioni, si faccia quanto lui chiedeva al vescovo di Firenze Florit. Anzi si faccia di più: Esperienze pastorali diventi il libro di studio fondamentale per i seminaristi italiani e nelle parrocchie. Sulle celebrazioni di Milani furbescamente organizzate dal ministero dell’Istruzione c’è solo da rilevare la palese e insanabile contraddizione di chi contemporaneamente stringe accordi e sottoscrive protocolli con quello della Difesa. Le Forze Armate, infatti, entrano ormai in ogni occasione nelle scuole a far propaganda e proselitismo, ufficiali sono invitati a spiegare la Costituzione, mentre la fallimentare formazione scuola-lavoro si svolge addirittura nelle caserme dove decine di migliaia di studenti trascorrono centinaia di ore di “lezione”. E’ poi dal 2014 che assistiamo ad una messinscena che attraverso circolari del Ministero dell’Istruzione, progetti e convegni trasmette ai giovani ancora una volta le più viete menzogne sulla I guerra mondiale, ancora celebrata come Vittoria. Le sue ignobili cause e le sue stragi sono riproposte nel più vieto stile della propaganda bellica e post bellica, ancora con la frottola dell’unificazione nazionale e l’aurea dell’eroismo del buon soldato italiano. I funzionari del ministero e la signora ministra leggessero prima la Lettera ai giudici e poi pensino a celebrare Milani. Un’ultima domanda riguarda quanto degli scritti di don Milani siano ancora inaccessibili. Sono note le polemiche circa la mancata messa a disposizione di suoi scritti. Ritiene che ci sia ancora molto materiale inedito e se si, ci sono aspetti della sua vita che per carenza di documentazione appaiono ancora poco conosciuti? Molto prima di iniziare il lavoro redazionale dell’opera omnia lanciammo un appello a tutti coloro che per diversi motivi detenevano scritti e lettere di Milani a renderli disponibili. Non si trattava di cederli ma di permettere che venissero fotografati o scannerizzati per essere archiviati e inseriti nella pubblicazione. Le risposte furono generose, a diverse persone nessuno aveva mai chiesto che cosa possedessero di Milani così davanti all’appello non tardarono a recuperare materiali utilissimi. Tuttavia il grande deposito era ed è ancora presso Michele Gesualdi, non averlo potuto consultare è stata una grande occasione perduta. Non entro nelle polemiche perché ne sono estraneo, mi limito ad una constatazione. Cerco di comprendere le ragioni di questa mancata disponibilità e tuttavia di esse mi sfugge la ragionevolezza. Cosa possiede questo archivio? Forse altre lettere inedite, certamente gli originali di quelle pubblicate in varie edizioni e sulle quali non abbiamo potuto fare nessun confronto. Forse dovrebbero essere sopravvissute le varie versioni di Esperienze pastorali (i cui lavori sulle bozze come è noto durarono anni raccogliendo pareri e suggerimenti di numerosi lettori) e altri materiali sulla cui consistenza e importanza non è possibile fare valutazioni. Altre carte e soprattutto lettere ve ne saranno certo in giro, ma alcune probabilmente avranno un carattere privato affrontando argomenti personali ed è giusto che restino riservate. Dopo cinquant’anni dalla morte le ricerche non sono semplici e del materiale è andato certo disperso. Tuttavia non penso che questi altri scritti potrebbero offrire particolari novità. Ciò che è disponibile costituisce già un fondo di enorme valore e complessità. Ancora oggi il problema non è quello di trovare altre carte milaniane quanto che quelle che ci sono vengano lette davvero da quelli che pretendono di parlare di Milani avendo guardato al più qualche riga e qualche citazione decontestualizzata, se non anche sbagliata. Forse nella biografia di Milani resta ancora in ombra la sua decisione di entrare in seminario e di farsi prete, qui le fonti sono oggettivamente scarse. Ma non sono solo le fonti scritte ad esserci di aiuto. Infatti pochi anni fa Adele Corradi, la professoressa che lasciò Firenze per andare a vivere a Barbiana ha scritto un libro preziosissimo (Non so se don Lorenzo, Feltrinelli, Milano 2012) in cui ripercorre la sua straordinaria esperienza vissuta quotidianamente negli ultimi anni della Scuola. A differenza dei bambini e degli adolescenti che la frequentarono si tratta della testimonianza di un adulto. Ne viene fuori un don Milani non di plastica né di celluloide fuori dalla mitologia di tanta pubblicistica milaniana, ma un uomo vivo con i suoi limiti e contraddizioni, ma con un amore senza misura per coloro che sentiva gli erano stati affidati. Anche su questo Milani è maestro dell’antiretorica che mette in crisi quell’amore universale che non costa nulla e su cui poggiano ancora oggi molti spiritualismi tranquillizzanti: «Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più» («Lettera a Nadia Neri», 7 gennaio 1966, in Tutte le opere, I, 1222). Se, come dice papa Francesco, “il Vangelo va preso senza calmanti” don Milani di Vangelo ne ha preso dosi massicce allo stato puro e certo senza analgesici o sonniferi. Per questo le sue parole e la sua vita hanno ancora profonda rilevanza per le donne e gli uomini del nostro tempo che rifiutano la moderazione e l’ingiustizia sistemica che - con ogni forma di violenza e uccidendo e opprimendo miliardi di esseri umani - pretende di dominare tutta la terra. Abbonamento 2021. La nostra Campagna promozionale SOSTIENI IL GRUPPO SOLIDARIETA’. PUOI FARLO IN MOLTI MODI Gli altri numeri della rivista. Se apprezzi il nostro lavoro puoi sostenerci con l’abbonamento. La gran parte del lavoro per realizzare questo sito è fatto da volontari, ma non tutto. Se lo apprezzi e ti è anche utile PUOI SOSTENERLO IN MOLTO MODI. PUOI SOSTENERE IL NOSTRO LAVORO ANCHE CON IL 5 x 1000.